Mauro Poiatti

Mauro Poiatti si definisce Artigiano del Cuoio, professione meglio conosciuta come quella del Pellettiere. Ha intrapreso la sua attività nel lontano 1977 quando, grazie a un amico, se n’è appassionato tanto da avviare un vero e proprio laboratorio che ancora a oggi gestisce con passione.

 

Le opere di Mauro Poiatti si contraddistinguono per qualità, raffinatezza e unicità.

L'intervista all'esperto

di Simona Marini e Alice Mora

Mauro Poiatti

Come ha vissuto il Suo periodo di forma­zione scolastica?

Ho conseguito la maturità all’istitu­to tecnico per geometri; in seguito, ho frequentato l’Accademia sulle discipli­ne naturali a Trento, in particolare sui sistemi di medicine alternative. Niente che fosse prettamente legato alla mia professione attuale.

 

Com’è stato invece l’apprendimento sul posto di lavoro? 

Non ho mai svolto un vero e pro­prio apprendistato sul posto di lavoro: un brevissimo periodo, appena diplo­mato, l’ho passato in uno studio di un ingegnere e ogni tanto affiancavo mio padre nella sua impresa edile. La passione per questo lavoro è nata du­rante la scuola, quando, per gioco, ho iniziato a imparare l’attività che oggi è diventata la mia professione. All’età di diciassette anni, conobbi un ragaz­zo che faceva questo mestiere e me ne parlò tanto bene che m’incuriosii parecchio, e, una volta tornato a casa, m’improvvisai artigiano; ho acquistato una pelle e ho provato a costruire de­gli oggetti, partendo da una cintura e continuando poi con altri semplici og­getti: è così che è nata la mia passione!

 

Com’è cambiato il rapporto uomo-macchi­na nel Suo lavoro? 

Il mio è un lavoro prevalente ma­nuale. In principio, cucivo senza l’uti­lizzo di attrezzature meccaniche.

Quando ho iniziato la mia attivi­tà di artigiano nel 1984, organizzai il mio laboratorio acquistando una macchina da cucire, che era il mini­mo indispensabile, e una scarnatrice. Per poter svolgere il lavoro in modo più professionale e per migliorare la produzione, aggiunsi col tempo altri macchinari, per eseguire tipologie di lavori più fini e di precisione.

Certe strumentazioni sono neces­sari per assottigliare lo spessore della pelle o della cucitura, che in questo modo risulta molto più raffinata. In ogni caso, la maggior parte del mio mestiere viene ancora svolto principal­mente a mano.

Le macchine che sono state inseri­te nei processi manuali di lavorazione hanno permesso di migliorarsi, per­ché nasce, in questo modo, una ri­cerca della produzione di oggetti più complessi e di maggior gusto. La mac­china è comunque gestita dall’uomo, quindi non automatica.

 

Questo passaggio da uomo a macchina quanto ha influito sulla sua creatività? 

Nel tempo ha influito molto, per­ché è proprio l’innovazione che ha permesso alla mia professionalità di maturare, perfezionandomi e specia­lizzandomi negli anni.

La lavorazione è, in questo settore, puramente manuale ma senza l’utiliz­zo di alcuni macchinari specifici per certe lavorazioni, la realizzazione resta pur sempre un po’ grossolana, con al­cuni limiti. Gli strumenti meccanici mi permettono quindi di raffinare il mio lavoro.

 

Qual’era il lato migliore e quale il peggio­re della lavorazione manuale? E di quella industriale? 

Penso che ci sia più di un lato mi­gliore nella produzione manuale: è bella e da soddisfazione, poiché l’ar­tigiano parte dal pensiero e dall’idea del prodotto e lo trasforma in materia. Da un’idea si ottiene il risultato, con un vero e proprio percorso, fatto da un insieme di passaggi, che ci porta da una cosa che ancora non esiste a un’altra materiale: questo secondo me il lato più bello.

Il lato peggiore della manualità potrebbe essere che questo processo comporta un maggiore impiego di tempo: per fare la stessa cosa, a livello industriale ci s’impiegherebbe la metà del tempo!

A livello personale, la cosa che mi piace meno è quando la richiesta di alcuni oggetti è talmente forte che devo produrli in grandi quantità: non mi piace il lavoro in serie, anche se per necessità ogni tanto capita. Penso però che quando una persona fa un lavoro che le piace con passione i lati negativi si superano!

Del processo industriale la cosa peggiore è che vengono prodotti og­getti in serie, senza personalità. Il vero problema però credo sia il fatto che una persona non produce mai un og­getto interamente ma ne produce so­lamente una parte, senza avere la sod­disfazione di vedere il risultato finito.

 

L’istruzione l’aveva preparata a questo cambiamento? 

No, per niente! Al tempo della mia formazione non c’era nessuna prepa­razione per quest’attività, era tutto un altro tipo d’istruzione.

Innanzitutto, per l’attività che svol­go, non c’è mai stato un vero e proprio istituto che preparasse, né teoricamen­te né tecnicamente, alla professione del pellettiere; in secondo luogo, nel periodo della mia formazione, in ge­nerale, la tecnologia non era ritenuta parte attiva nella sfera scolastica.

 

Qual’è il concetto più importante, nella sua professione, che lei ritiene debba esse­re tramandato? 

Penso che nel mio mestiere la cosa più importante sia esserne innamora­ti: fare il proprio lavoro con amore e passione è fondamentale per lavorare bene ed essere poi soddisfatti dei pro­pri risultati. Se una persona è coinvol­ta e crede in ciò che fa, riesce a lavora­re molto meglio.

 

Cosa le piace di più del suo lavoro? 

Del mio lavoro, inteso come la mia attività e non come il mestiere in ge­nerale, la cosa che preferisco è l’indi­pendenza, cioè il fatto di poterlo gesti­re autonomamente, soprattutto negli orari.

 

Quali sono i principali passaggi che costi­tuiscono il suo lavoro? 

Nel mio lavoro le fasi di produ­zione sono prevalentemente tre: pre­parazione delle pelli, assemblaggio e rifinitura; queste variano d’ordine in

base all’oggetto che voglio realizza­re. Inizialmente, procuro la materia prima, ovvero la pelle, direttamente dalle concerie toscane. Cerco poi di visualizzare mentalmente l’oggetto e ne realizzo uno schizzo a mano. Divi­dendo il disegno in varie parti e attri­buendo a esse varie misure, ritaglio i cartoni che mi servono per riportare le dimensioni dell’oggetto dalla carta alla pelle: realizzo così i vari pezzi di cuoio che mi servono per comporre il manufatto. Il passaggio successivo è quello di scarnitura e spaccatura dei pezzi di pelle che devo ridurre di spes­sore, nel complesso o sui lati, in base alle necessità. Si susseguono una serie di passaggi quali incollatura, cucitura e fresatura, per poi passare alla vera e propria raffinatura del prodotto con la rifilatura, la spazzolatura e la tintura di bordi e dettagli.

 

Nei giorni nostri, come riesce a spiccare nella società di massa? 

Diciamo che per la tipologia di lavoro riesco a spiccare meglio oggi rispetto a vent’anni fa, perché adesso questo è un mestiere di nicchia; in passato, la presenza degli artigiani era molto più diffusa, un mestiere quasi comune.

In passato, il lavoro dell’artigiano era apprezzato meno rispetto a oggi, perché ora è considerato raro: di con­seguenza, chi apprezza questo tipo di lavoro presta molta più attenzione rispetto al passato, avendo la consape­volezza che il prodotto è di nicchia. Stiamo parlando soprattutto di chi ha la possibilità economica.

 

Le sue creazioni sono maggiormente ap­prezzate all’estero in particolare in Ger­mania, qual è secondo lei il motivo? 

Le mie creazioni hanno grande successo in Germania poiché viene apprezzata la lavorazione manua­le, non presente nella loro cultura. I tedeschi sono amanti dei materiali naturali come pelle, cuoio e legno, quindi a maggior ragione un lavoro manuale fatto con materiali naturali viene stimato. A differenza di mol­ti altri prodotti esportati, dei quali si conosce quello finito e non l’origine stessa del manufatto, io vado diretta­mente sul posto e mi propongo come artigiano: essi riconoscono nel mio la­voro la storia di questo mestiere che fa parte della nostra nazione, l’Italia. Ciò che a loro interessa è la creatività e la manualità prettamente italiana, di cui loro apprezzano le creazioni. Non per caso, il “Made in Italy” è rinomato in tutto il mondo.

 

Cos’è secondo lei la creatività? 

Creatività è trovare sempre una so­luzione, anche se io mi sento più arti­giano che creativo, poiché a mio pare­re il primo raggruppa tutto, compresa la creatività, che in sé è un concetto astratto, e l’artigianato utilizza per ela­borare un pensiero più complesso.

 

Ci può spiegare in cosa consiste il suo la­voro? 

Io mi definisco “Artigiano del cuo­io”, acquisto pellami di qualità e li lavoro manualmente producendo og­getti di pelle o cuoio.

Ho un piccolo laboratorio, dove creo gli articoli che poi vendo facen­do manifestazioni dedicate all’artigia­nato, come la grande Fiera di Milano dell’artigianato che si svolge tutti gli anni i primi giorni di dicembre.

 

Da quanti anni svolge questo tipo lavoro? 

Ho intrapreso quest’attività nel 1977, all’età di diciassette anni, quasi per gioco.

Questo è diventato poi il mio me­stiere nel 1984 quando ho aperto un piccolo laboratorio che tuttora gesti­sco. Dopo trentatré anni di esperien­ze la passione per questo lavoro è an­cora tanto grande che si manifesta in ogni mio manufatto.

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